100 e più figli in un colpo solo

100 e più figli in un colpo solo

Cl. 4^ - Anno Sc. 1978 – 79. Si inserisce il foglio bianco, un giro di manovella e ne esce una pagina stampata del nuovo giornalino, ce ne sarà uno per ogni alunno/a.

“Ci siamo!”, pensava tra sé e sé Lele, ma senza aggiungere una sola parola nei riguardi di Moschina che, comunque, anche lei taceva, del resto non servivano le parole, tutto si svolgeva come l'istinto naturale comandava.

Con un brevissimo voletto più simile un piccolo balzo, Lele si sistemò sul dorso della compagna appoggiandolo tutte e sei le zampette, cosa che lei gradì molto, era da tanto che lo attendeva, questo era il loro modo per dimostrare il massimo dell'affetto verso l'altro, lo chiamavano corteggiamento, era imposto dalle leggi della natura.

Moschina faceva vibrare le sue alette incessantemente, come a voler comunicare tutto il suo affetto e condivisione a Lele, che ricambiava picchiettandole dolcemente la testa con le sue zampine, quasi a farle un mare di carezze.

Questo stato di perfetta intimità non durò a lungo, c'era da passare alla fase successiva, la più importante e definitiva.

Come se l'avesse saputo da sempre, Lele abbandonò il dorso di Moschina e andò a sistemarsi dietro di lei unendo i rispettivi addomi nell'attesa che la compagna inserisse nel suo addome, l'organo femminile nel quale erano contenute le ovine.

La mosca Peppa, che come si sa, aveva studiato tanto, avrebbe chiamato questo organo: ovopositore, ma per i nostri due protagonisti, era un nome troppo difficile da pronunciare, d'altra parte non ce n'era alcuna necessità, sentivano istintivamente che così doveva essere e così si doveva fare affinché le ovine  venissero fecondate con il liquido che solo i maschi possedevano entro il loro corpo.

Era il compimento dell'eterno rito che la natura impone a tutti i soggetti viventi di questo nostro mondo, l'unione di elementi maschili con quelli femminili, genera la vita e la continuazione della specie.

Lele e Moschina avevano compiuto il loro dovere, ora bastava attendere qualche minuto pazientemente e poi le ovine sarebbero sgorgate dall'addome della femmina.

“Presto, presto”, sollecitò Lele, “dobbiamo trasferirci nella nuova dimora più ricca di cibo, fra poco la famiglia aumenterà alla grande e qui non ce n'è per tutti!”.

“Non ti preoccupare”, aggiunse Moschina, “so dove andare, giorni fa ho visto un piccolo umano che gettava via una grossa mela rossa, è poco lontano di qui, seguimi che ci andiamo subito.”.

Un breve volo e tra l'erba alta rinvennero la mela, era un po' fradicia, ma proprio per questo era adatta allo scopo.

Moschina si sistemò al centro della mela, Lele le stava accanto in paziente attesa del lieto evento e, in verità, non ci fu molto da attendere.

Senza alcun dolore e quasi senza neanche rendersi conto di ciò che usciva dal suo corpo, una dopo l'altra minuscole palline biancastre si deponevano sulla polpa malandata della mela e Lele, in preda ad una incontenibile gioia le contava:

“E una...due...tre.........centooo...!”.

La deposizione non era affatto terminata, però lui oltre cento non sapeva contare, così quando al termine Moschina gli chiese quante erano in tutto, rispose furbo: “Cento... e... e...molte di più!”.

Rise la neomanna e lui nascose il vaso tra le zampe vergognandosi della sua ignoranza, ah, se invece di andare in giro per il mondo, avesse studiato di più.

Le due mosche con un piccolo battito d'ali si spostarono sulla sommità della mela marcia e di lassù ammiravano compiaciute il loro capolavoro, uno spettacolo.

“E adesso?”. Più che una domanda a Moschina era una riflessione a voce alta  sul proprio futuro che in quel momento riusciva ad immaginare e mettere a fuoco.

“Cosa vuoi che ti dica, non lo so neanch'io, ma se il mondo in cui viviamo è così tanto pieno di mosche, vuol dire che che di noi due non ce n'è più alcun bisogno!”.

“Te lo posso dire Moschina? Mi sa tanto che tu sia molto più intelligente di me, io non ci avevo pensato, ma ora che me lo fai notare, son certo che questa è la verità, i nostri figli sapranno come vivere anche senza di noi.”.

“Marito mio facciamo così, aspettiamo finché non si schiudono le uova e quando anche l'ultimo uovo si romperà, li lasceremo tutti  al loro destino e noi voleremo nell'aria e ci lasceremo trasportare dal vento ovunque esso spiri!”.

“Sono pienamente d'accordo con te, noi abbiamo esaurito il nostro dovere, ora li affidiamo alla volontà del signore delle mosche, se ne occupi lui!”.

Il giorno successivo assistettero al più incredibile ed emozionante spettacolo della loro vita, cento e molte di più uova di mosca si aprirono quasi contemporaneamente e la mela fradicia sembrò risorgere a nuova vita per effetto dell'incessante movimento delle piccole larve affamate e, da subito, in cerca di cibo e senza bisogno di allontanarsi, fradicia com'era, quella mela diventava una delizia per il loro palato.

“Mo che carini i nostri i nostri figliolini... che amore di bigattini!!!”

Non riuscirono a trattenere l'esclamazione di orgoglio e stupore Lele e Moschina nel vedere tanta rigogliosa nuova vita.

(Continua)

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Sei sempre stato un coerente Tu ma il partito non molto anzi !!
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Io che sono belga nata nel 1947, ho studiato latino fra Medie e Liceo x 6 anni e greco x 5. Ho conti...

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Pubblicato il 20.04.2026 - Categoria: Maroni Gallery

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