Il funerale della mosca maestra
Cl. 1^ - Anno sc. 1972 – 73. Primo anno dell'apertura del plesso Montessori, quando tutto intorno cresceva ancora l'erba alta.

Il funerale della mosca-maestra

Era stata proprio una grande mosca, aveva sempre aiutato tutti, buona e generosa si era sempre prodigata per la felicità dei propri simili e pertanto meritava un grande funerale, un qualcosa che non si era mai visto prima.

Neri calabroni dal volo lungo e rapido diffusero la notizia a tutti gli insetti dei prati e dell’aria invitandoli per il pomeriggio del giorno successivo alle ore quindici per  celebrare i solenni funerali.

Alle quindici precise del giorno predisposto, favorito da un cielo sereno come non mai e da un’aria tiepida come una carezza, un imponente inconsueto corteo si mosse dall’immondezzaio accanto al ristorante in direzione della sommità di un piccolo rialzo di terreno distante un centinaio di metri e su cui sorgeva un’imponente mimosa ricoperta di fiori rosa nel pieno del loro splendore estivo.

Apriva il corteo un grosso bombo che grazie alla sua colorazione giallo e nera era facilmente visibile da tutti e così fungeva da vigile ed indicava la via più agibile e opportuna ai presenti, seguiva una lunga teoria di variopinte farfalle che due a due reggevano corone di fiori intrecciati ed ogni tanto staccavano qualche petalo e lo gettavano per terra così da creare un sentiero fiorito sul quale far transitare la povera salma.

Subito dietro procedeva la banda musicale diretta da un grillo in frac nero e lucido che con un ago di pino dettava i tempi e i ritmi al composito gruppo di suonatori provenienti da varie scuole e che si erano qui dati appuntamento per l'occasione speciale.

In testa un turbine di vespe che roteando impazzite emettevano un ronzio forte e armonioso che si integrava mirabilmente con un diffuso e insistito cri... cri... di un foltissimo gruppo di grilli violisti che facevano vibrare le loro elitre strofinandole con una zampa come fosse un archetto.

Ai toni bassi ci pensavano i neri calabroni, ma ciò che dava senso e significato a quella mai ascoltata musica, era uno stuolo di cicale che facevano addirittura vibrare l'aria intorno coi loro suoni, normalmente fastidiosi, ma per l'occasione veramente provvidenziali e ben integrati cogli altri. 

Subito dopo gli ultimi elementi della banda musicale, lo spettacolo era offerto da una ventina di verdissime mantidi religiose che animavano i suoni che riempivano l'atmosfera, con delle incredibili coreografie piene di fascino e suggestione, con espressioni mistiche e assorte, assumevano pose di affascinante bellezza che mutavano ripetutamente con movenze da finissime e prestigiose ballerine dalle lunghe e affusolate zampe.

L'interminabile corteo continuava con due file di moscerini che si tenevano stretti per zampa ma che, in verità, sembravano piuttosto indisciplinati, ridevano, parlavano continuamente e ogni tanto si facevano lo sgambetto e, malgrado i ripetuti richiami delle mosche adulte, assolutamente non davano retta, forse qualche sculacciata non avrebbe fatto loro un gran male, tanto più che erano proprio loro che precedevano la bara in quanto si voleva dare un senso a quella morte, e cioè che non tutto era perduto perché le nuove generazioni avrebbero continuato la specie.

Dopo però il cattivo esempio messo in mostra da quel nugolo di moscerini, qualcuno scuoteva la testa e mormorava: “Mah, con questa gioventù, dove andremo a finire!?”.

La bara in cui era deposta la salma,  era stata ricavata utilizzando metà del guscio di un uovo di quaglia riempito di petali di rose e su cui era adagiato in bella vista il corpo senza vita della mosca-maestra. Il mesto trasporto era effettuato da sei mosconi grossi e neri che procedevano lentamente con passo felpato e postura assolutamente rigida ed impettita.

Era stato Lele a curare ogni aspetto dell'organizzazione nei minimi dettagli ed ora seguiva il feretro insieme  ai suoi sopravvissuti fratelli in lacrime, stretti uno all’altro in un dolore inconsolabile e, dietro di loro, una impressionante teoria di mosche provenienti da ogni dove, molte con gli occhi arrossati dalle lacrime.

Un topo campagnolo che per caso vide passare l’insolito corteo, scrollò la testa mormorando fra sé e sé: “Mah, mai visto una cosa simile, io dico che siam diventati tutti matti!”.

Giunti in vetta alla sommità, quattro scarabei scavarono la buca con le loro potenti mandibole, la bara vi fu dolcemente adagiata e ricoperta di terra che i presenti vi riversarono uno per uno con le loro zampette, era un modo per augurare al defunto, l'eterno riposo. 

Poi, come solitamente in questi casi, dopo i saluti e le condoglianze, ciascuno prese la propria via e si dispersero per gli infiniti sentieri dei prati e del cielo.

(Continua)

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Io che sono belga nata nel 1947, ho studiato latino fra Medie e Liceo x 6 anni e greco x 5. Ho conti...

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Pubblicato il 20.04.2026 - Categoria: Maroni Gallery

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