
Prigionieri nella bottiglia
Lele, aveva dovuto lasciare tre dei suoi fratelli, che, per le ferite riportate in battaglia, non erano ancora in grado di alzarsi in volo e con gli altri due vagabondava stancamente per l’aria senza una meta e ancora in preda a pensieri dolorosi e tristi.
Ad un tratto si accorsero di un bambino sdraiato all’ombra di una grossa quercia che aveva una strana macchia rossa su una gamba all'altezza del ginocchio. Pieni di curiosità e dimentichi di ogni altra cosa scesero velocemente a verificare la novità.
Silenziosamente si posarono sulla gamba del bambino e lentamente si avvicinarono alla macchia rossa del ginocchio, era una ferita recente, ma loro questo particolare lo ignoravano, il sangue fresco però aveva un aspetto invitante ed emanava, per loro, un profumino che gli stuzzicava la curiosità e l'appetito.
Prima Lele, poi anche gli altri due, gli si fecero attorno, l'ingordigia non si poteva più contenere, così senza nulla valutare, ma irresistibilmente spinti dalla loro natura, cominciarono a succhiare quella bontà, il bambino però se ne avvide immediatamente dal fastidio che gli procuravano e, temendo una possibile infezione perché i suoi genitori gli avevano detto di tenere lontane le mosche dalle ferite, soprattutto se sanguinanti, allungò silenziosamente la mano aperta e poi di scatto la rinchiuse velocemente sulle tre mosche.
Lele fu pronto a scansare l'insidia, ma i due fratelli furono catturati e fatti prigionieri nel palmo della mano.
Non fu però per molto perché il bambino, stringendoli delicatamente tra due dita, li infilò in una bottiglia di vetro e chiuse l'apertura in alto con un tappo di plastica, la pose poi per terra accanto a sé e si divertiva a vedere le loro reazioni soddisfatto della cattura, due in una sola volta, non era mica da tutti un'impresa del genere.
I due fratelli non avevano ancora compreso d’essere prigionieri perché attraverso il vetro potevano osservare il cielo, i fiori, le piante e la faccia terrorizzata e sgomenta di Lele che li fissava nascosto dietro uno stelo d'erba, pieno di tristi presentimenti.
La tragica realtà si manifestò anche a loro quando tentarono di spiccare il volo per aggregarsi al fratello, ahimè, si accorsero con crescente angoscia che ciò non era possibile, il loro volo veniva sempre inevitabilmente interrotto da un brusco e doloroso impatto con quella barriera invisibile che li obbligava alla prigionia, non avevano mai avuto esperienze col vetro, non lo conoscevano, ma compresero immediatamente che la situazione era terribilmente drammatica.
Sì, erano prigionieri e forse per sempre, questo pensiero era per loro insopportabile, osservare il mondo dall'interno di una bottiglia non rientrava nella natura delle mosche, si consultarono velocemente e all’istante decisero di fare un ultimo e disperato tentativo: o rompere il vetro o rompersi la testa, meglio la morte che la prigionia.
Presero la massima distanza possibile per la rincorsa, contarono fino a tre e si scagliarono con tutta la forza della disperazione contro il vetro dalla parte opposta, che, ovviamente, facilmente resistette senza neppure avvertire la più piccola scossa, le loro tenere testoline invece si sfracellarono quasi all'istante e morirono con grande ma breve dolore, prigionieri nella bottiglia che il bambino, stanco di quel gioco, aveva abbandonato sotto l’ombra della quercia e se n'era andato per i fatti suoi.
(Continua)
























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