di Piero Maroni
LE STORIE DEL MAESTRO PIERO
IL MAESTRO GONFIABILE

Una variopinta compagnia
Veleggiava nell’aria sospinto da una fine brezza che lo spingeva sopra gli abeti del cortile e i pini del viale che portava alla scuola. Sorvolò il suo paese e solo allora si accorse di quanto era bello visto dall’alto, con tutti quei tetti rossi e coi quartieri ordinati in quadrati tutti punteggiati da grossi alberi verdi che come fiori spuntavano ai lati delle strade.
Non ebbe però il tempo di rimirarlo troppo a lungo che il vento lo spinse più oltre.
Passò in volo su campi arati, su prati verdi, su giardini, su fiumi e su strade, dall’alto tutto sembrava bello, le automobili e i camion erano piccoli, piccoli, davano l’idea delle macchinine con cui giocava quando era bambino.
Ma non era tempo di ricordi, il vento spingeva e spingeva, chissà dove l’avrebbe condotto mai? Chi conosce le vie del vento? Chi le sue mete? Un senso di angoscia lo prese, per quanto avrebbe continuato a volare? E poi?
Il turbine dei pensieri svanì di colpo quando gli giunse da lontano un frastuono assordante, fatto di migliaia di voci sovrapposte e di musica ad alto volume. Capì di essere arrivato sopra una città in festa, dall’alto faticava a riconoscerla e proprio in quell’istante si accorse che la sua corsa era momentaneamente terminata, il vento si era placato e così ora stazionava immobile su quella cittadina in festa.
Sperava che qualcuno dal basso si accorgesse di lui e che in qualche modo lo tirasse giù, invece fu raggiunto da una mezza dozzina di palloncini volanti che erano sfuggiti dalle mani di bimbi distratti. Ce n’erano dei rossi, dei gialli, alcuni avevano forma di gatti o conigli, uno era un bel cuore d’argento, insomma erano una bella compagnia.
“Buon giorno!”. Li salutò il maestro-pallone.
“Buon giorno!”. Risposero in coro.
“Mi sapete dire cosa accade qui sotto?”.
“C’è una festa: tanta gente, tanta allegria, tanta confusione…!”.
“E perché allora voi siete qui?”.
“Siamo fuggiti!”.
“Ma non vi piaceva la festa?”.
“Oh no, ci strattonavano di qua e di là senza un attimo di pace, e poi noi amiamo essere liberi, non ci va di essere legati ad un filo e fatti scoppiare a festa finita!”
“E adesso? Che intenzioni avete? Dove andate?”
“Giusto, volevamo proprio chiederti se ci sai indicare la via più breve per l’Isola dei Palloni Perduti?”.
“Siete certi che esiste? Io non ne ho mai sentito parlare!”.
“Sì che esiste, tutti i palloni lo sanno!”.
“Allora sarà perché io non sono un pallone.”.
“Oh bella, e chi ti credi di essere?”.
“Io sono il maestr…!!!”.
Non ebbe la forza di terminare la parola, solo allora si rese conto dell’assurdità della situazione, stava dialogando con dei palloncini, dunque allora anche lui era diventato un… pallone!
Avrebbe voluto piangere, ma le lacrime non scendevano, già, i palloni non piangono!
“Che hai?” incalzarono i palloncini “ Hai perso la lingua?”.
“No, è che stavo pensando all’Isola dei Palloni Perduti.”.
“Ti è forse venuta in mente la strada?”.
“No, però penso che con tutto quello che passa per il cielo non sarà difficile trovare la giusta direzione, basta chiedere!”.
Attesero invano che qualche uccello solcasse quel cielo, oramai si era fatta sera e tutti gli abitanti del cielo si erano trovati un rifugio per la notte in qualche luogo sicuro.
























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