
IL RIPOSO DEL SOLE
Stanco per tutto il lavoro compiuto nella giornata, prima di rientrare nella sua caverna dietro ai monti, si toglie uno ad uno i pesanti raggi e li ripone nel sacco nero che appende ad un chiodo sulla parete.
Ancora sudato e accaldato, si precipita a farsi una bella e rinfrescante doccia, si lava la testa con lo shampoo antiforfora e si spalma su tutto il corpo una crema per la notte perché ha la pelle un po’ screpolata e secca.
Cena con poco, una bella piadina tonda e una fresca insalatina, quanto beve però, con la scusa che il calore gli ha seccato la gola, butta giù litri e litri di birra e di vino.
Ecco perché delle volte è così rosso.
Prima di andare a letto, un po’ di televisione, sa già però che sarà una noia mortale, tutte le sere lo stesso programma e gli stessi personaggi: la luna, a volte piena a volte a fette che racconta storie per fare addormentare i bambini, le stelle sempre a cantare il loro gne…gne…gne… senza un briciolo di calore, e i pianeti che si danno un sacco d’arie e non hanno neanche un ciuffo di verde per ospitare un grillo.
Tanto vale allora andarsi a letto, anche perché senza i suoi raggi si sente addosso i brividi del gelo notturno, se prende il raffreddore è un dramma, mica può stare a letto se gli viene la febbre.
Accidenti quanto russa e quanto si agita, sicuramente gli è comparso l’incubo di tutte le notti: squadre di pompieri muniti di grosse pompe gli gettano addosso tant’acqua da ridurgli i raggi a mozziconi di sigarette spente.
“Mi vogliono spegnere, mi vogliono spegnere…!!!”.
Urla nel sonno e gli pare addirittura di sentire il lamento delle sirene dei camion dei pompieri e invece è la sveglia che col suo driiiinnn… lo avvisa che sono le sei.
Si alza e si stira tutto e nel farlo gli scappano due scoreg…ehm, pardon! (Ma che maleducato).
Si lava gli occhi sì e no, tanto pensa che nessuno avrà il coraggio e la forza di guardarlo a lungo in faccia.
Poi si getta sui cereali, se ne mangia un sacco da mezzo quintale affogandoli in una tinozza di latte. Bèh, non c’è niente da stupirsi, deve fare il pieno di energie, non c’è mica durante la giornata il tempo di fermarsi per il pranzo!
È quasi pronto per uscire, è triste, quasi svogliato, ma bisogna andare. Ah, accidenti, quasi dimenticava i raggi, torna indietro di qualche passo e tira giù il sacco nero dalla parete fredda.
Uno per uno li estrae e con un frettoloso movimento se li avvita attorno al corpo tondo. Presto, presto, alle sei e mezzo deve prendere servizio, là nel mondo c’è già chi è in piedi con l’orologio in mano per vederlo spuntare.
Ecco è pronto, entusiasmo niente, voglia di lavorare poca, ohi sono milioni d’anni che tutti i giorni fa le stesse cose e ascolta gli stessi lamenti:
“E’ troppo caldo… è troppo freddo…!”.
Uffa, non va mai bene niente, tutti pensano solo per sè e nessuno che si occupi di lui.
“Massì valà,”, non fa che ripetersi, “andiamo che tanto un altro giorno deve passare e domani… sarà un altro giorno ancora... e per me nulla cambierà!”.
























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