L'AMICO GIAPPONESE (2)

Il giorno successivo, per lui c'era un'altra sorpresa, gli conferivamo il diploma di socio onorario dell'Accademia Pascoliana, sì, era proprio contento, sempre prono ad inchinarsi, ringraziare sorridendo e poi fotografie sotto il monumento del poeta, ancora sorrisi e calde strette di mano con le autorità del paese presenti all'evento.
Per il pranzo di mezzogiorno si era portato i panini perché voleva restare lì sino alle diciotto, poi io sarei andato io a riprenderlo e lo avrei portato nell'albergo al mare.
Un altro paio di giorni e avrebbe poi ripreso il suo viaggio, la prossima sua meta era Firenze, mentre lo portavo a Cesena per prendere il treno, mi raccontava un po' delle sue impressioni circa la sua visita e permanenza da noi , ciò che proprio non gli era piaciuto, era stato il paesaggio, non era quello delle poesie pascoliane, le atmosfere che cercava le ha trovate solo negli ambienti della casetta pascoliana, gli sembrava di udirlo intanto che giocava coi suoi fratelli a rincorrersi nel cortile con la madre che dalla porta li vigilava amorevolmente.
Ma la meraviglia che più l'aveva stupito, erano quelle suore sempre col viso felice e continuamente col sorriso sulle labbra, lui invece affermava di sentirsi come se nella testa avesse un vulcano in continua eruzione, non aveva tempo per sorridere, dove viveva era costretto a lavorare tutta la settimana, solo la domenica la trascorreva a casa, a far compagnia alla moglie depressa e avvilita che quasi neanche parlava più e lui si sentiva in colpa e in debito con lei, perché si erano sposati giovani quando era rimasta incinta, lui non aveva ancora terminato gli studi e lei era costretta a lavorare per tutti e tre, dopo aver partorito una figlioletta.
Se non fosse stato per i sacrifici di lei, non sarebbe mai potuto arrivare alla laurea e così, adesso, non l'avrebbe mai potuta abbandonare anche se l'amore era un bel po' svanito e la coesistenza a volte era insopportabile.
Ma le difficoltà erano divenute pesanti, molto pesanti, tanto che nel giorno del riposo settimanale, lui non faceva che dormire e bere sino ad ubriacarsi di grappa di riso che da loro era denominata “Sakè”, ma che ti stordiva, come la nostra del resto.
Prima degli ultimi saluti, mi ha ringraziato per tutto ciò che avevo fatto per lui, per l'albergo dove si era trovato bene e speso poco e che era divenuto amico del proprietario che l'aveva addirittura portato a vedere la barca che si stava costruendo lungo la foce del Rubicone da solo e tutta in cemento.
L'ultima cosa che gli ho chiesto io, era se gli era piaciuto il nostro Pascoli.
Sì, sì, quasi mi ha urlato, da morire e che era certo che anche in Giappone sarebbe piaciuto e avrebbe avuto successo, per lui la più bella delle poesie del nostro poeta era FIDES, questa sicuramente avrebbe avuto molta fortuna perché rispecchiava il sentire dei suoi connazionali e lui l'avrebbe tradotta nella sua lingua insieme ad altre perché nella sua Università lui insegnava lingua e cultura italiana.
Salito sul treno mi salutava commosso con la mano del finestrino, sapevamo tutti e due che non ci saremmo incontrati più e di ciò ne eravamo entrambi dispiaciuti.
Il tempo scorreva i ricordi sbiadivano sempre di più, dell'amico giapponese mi erano rimaste tre fotografie e una lettera che mi era pervenuta una paio di mesi dopo che se n'era andato e dove affermava che a San Mauro si doveva operare tutto il possibile per onorare il nostro grande poeta.
Circa vent'anni dopo, quando i computer erano entrati in quasi tutte le case, una mattina mi chiamano dal municipio, vado là e il segretario del sindaco mi dice che è giunto un messaggio di posta elettronica da un professore giapponese che chiedeva notizie di un cittadino sammaurese che quando era venuto nel paese lo aveva accolto con grande gentilezza e se nell'ufficio sapevano individuarlo in quanto lui il nome se l'era dimenticato.
“Sì, sì, cerca me, si chiama forse Akio Uesughi?”.
Chiesi, ma già mi immaginavo fosse lui, e non ci furono dubbi, era proprio il mio amico giapponese di qualche giorno di molto tempo fa.
Da allora, quasi tutte le settimane riprendemmo le nostre conversazioni come se fossimo in attesa di quel treno che lo avrebbe condotto altrove, ma la situazione per lui era cambiata e ancora in peggio.
Era in pensione, condannato a sedere per tutto il giorno in una carrozzina, gli era preso un ictus e la parte destra del suo corpo non era più in grado di operare, scriveva sul computer sola con la sinistra e per fortuna che sua moglie adesso stava bene e lo aiutava nei suoi bisogni.
Mi ha chiesto se ricordavo la sua capigliatura di capelli neri, certo che sì, gli risposi, io avevo ancora le sue fotografie dove sembrava che in testa avesse un cespuglio, ecco, sì, me la potevo scordare, adesso era calvo, due ciuffetti di peli bianchi disadorni sopra le orecchie e nient'altro.
Quante cose ci dicevamo via mail, discutevamo di tutto, ci piaceva rivivere tutti i momenti che aveva trascorso qui, voleva essere aggiornato su tutto ciò che aveva visto e conosciuto, mi mandò persino a San Mauro mare a chiedere al padrone della pensione se la la sua barca di cemento l'aveva terminata e se davvero riusciva a navigare sull'acqua.
Tutto a posto, gli rispondevo, la barca era riuscita così bene che l'aveva venduta ad un signore e aveva guadagnato bene.
Non mancava mai di invitarmi ad andare a fargli visita d'estate, perché si era comprato una casetta di legno in un bosco sulle Alpi giapponesi, come le chiamava là, e che lì c'era una bella frescura e aveva posto per ospitare anche me e mia moglie, ma per noi in quel tempo con quattro bambini a casa, erano scelte a cui non potevamo neanche pensare.
Gli chiesi del Pascoli e lui mi mandò delle pagine scritte fittamente, ma nella sua lingua, le conservo ancora, ma non riesco a decifrarle, non aveva però pubblicato un libro come si era ripromesso, il suo studio era stato, però, edito sulla rivista della sua Università.
Poi, una mail dopo diverso tempo che non mi scriveva, mi raccontava che era da un po' che, al mattino, lo venivano a prendere con un pulmino e lo portavano in un bel palazzo dove ce n'erano altri come lui e tutti in carrozzina, solo che facevano dei ragionamenti che non avevano alcuna logica e si chiedeva se anche per lui non fosse quello il destino.
Io lo incoraggiavo, gli dicevo che lui era troppo intelligente e che il suo cervello non aveva timore di nulla, figuriamo che in quei giorni mi mandava a dire che voleva tradurre in giapponese La divina Commedia di Dante.
Metteva però le mani avanti e in uno scritto di poche righe, mi annunciava che il giorno che mi avesse trasmesso sue notizie dove non si riusciva a comprendere cosa volesse comunicarmi, non dovevo scrivergli più nulla perché significava che per lui era giunta la fine o che era molto prossima.
E non ci fu neanche tanto da attendere, ad una mia domanda che gli avevo posto, mi rispedì scritti che ci eravamo scambiati le prime volte e che nulla avevano a che fare col presente, il sospetto mi colse, ma non ci volevo credere e così gli inviai un altro messaggio per chiedergli come stava, anche stavolta mi pervenne una risposta senza logica, erano due righe di niente e che aveva spedito ad una signora di Firenze da me mai conosciuta e con una data di tre anni addietro, tutto illogico.
Non c'erano più dubbi, mi aveva avvertito che la storia poteva terminare, eh sì, quell'infausto giorno era purtroppo giunto.
Gli ho inviato le mie ultime righe dove gli comunicavo che avevo compreso ciò che voleva dirmi e che io di lui mai mi sarei dimenticato e ciò che più mi rammaricava era che se avesse vissuto a San Mauro sarebbe stato l'amico a cui avrei voluto il più del bene.
A questa mail non mi pervenne mai risposta.
























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