UNA STORIA SICILIANA (1)

S'era da poco oltre la metà di luglio, da più di un mese la scuola era terminata così le mie giornate trascorrevano tra le consuete abitudini, mattinate a curare il prato, i fiori, e le siepi intorno a casa, il pomeriggio al mare coi figli fino al tardo pomeriggio e serate senza storia, se non quelle innanzi al televisore o a compiere un giro in paese per un gelato.
Poi una sera una telefonata da mio cognato Roberto.
- Piero, hai da fare in questi giorni? Sai, mi devo recare in Sicilia per una serie di importanti affari, da solo però non ce la posso fare, ho bisogno di una compagnia per gli spostamenti e non solo, senti è tutto a mie spese, ci resteremo tre giorni, cosa dici, ti va di venire con me?
- Orca che sì, ci pensi tu per le prenotazioni?
- Certo, lo faccio fare alla mia segretaria, come base alloggeremo a Catania, poi ti faccio sapere gli orari e ci accordiamo per la partenza.
- Molto bene, attendo allora tue informazioni.
Pochi giorni dopo eravamo in auto sull'autostrada per raggiungere l'aeroporto di Bologna, il volo era per le dieci, sembrava avessimo tanto tempo a disposizione, la tangenziale era però intasata dal traffico e si procedeva a strappi, così mentre stavamo ancora terminando le procedure d'imbarco, udiamo l'altoparlante scandire i nostri nomi e cognomi e annunciare che era l'ultimo annuncio prima della partenza.
- Oh porca miseria, dicono con noi, che figura di merda...! Gridavo io.
- Dai, dai, corri, corri, questi ci lasciano a piedi! Si raccomandava lui.
Trafelati e sudati entriamo nell'aereo coi passeggeri già tutti seduti ai loro posti con le cinture allacciate e gli occhi puntati su di noi, cosa che mi creava un certo imbarazzo e mi accresceva la temperatura corporea che per il caldo e la tensione era già molto alta.
Giusto il tempo di sistemarci ai nostri sedili, allacciare le cinture e immediatamente si decolla.
Poco meno di due ore dopo atterravamo in Sicilia, a Catania, noleggiata un'auto per gli spostamenti, iniziava di lì il nostro giro d'affari, nostro per così dire perché l'unico mio ruolo era guidare il veicolo in mezzo al traffico catanese piuttosto caotico, come caotica si rivelerà la nostra giornata, una continua ginnastica di strette di mano, contratti stipulati, pranzi sovrabbondanti e cene esagerate, il tutto, naturalmente, a base di pesce fresco. E domani ci spostiamo nel siracusano e i riti non muteranno più di tanto, prepariamoci ad altre abbuffate, inchini e sorrisi.
Al termine della serata del giorno successivo, svoltosi come facilmente previsto tra pranzi, cene e contratti commerciali, prima di ritornare in hotel a Catania, si concorda un impegno per la mattina seguente col titolare di una grossa azienda di materiali che interessavano mio cognato.
Salvatore Giacosa, così si chiamava, era un siciliano di Siracusa, in vero un po' anomalo per quella terra, la natura lo aveva dotato di un fisico massiccio e imponente, carnagione chiara e capelli biondi, niente del prototipo del maschio dell'isola del Mediterraneo.
Ebbene, Tore, come ci invitò lui a chiamarlo, ci condurrà con la sua auto nei pressi di Gela per mostrarci alcuni interessanti materiali accatasti in un deposito di sua proprietà e che sono in vendita ad un prezzo d'occasione.
La strada è piuttosto lunga, ma il traffico è scarso, attraversiamo basse colline arse da un sole infuocato, senza un filo di verde, in cui si intravvedevano appena residui steli secchi del grano precedentemente mietuto in un paesaggio talmente ampio che la vista si perdeva lontano tra una sottile nebbia azzurrognola.
Ci godiamo il paesaggio lunare al fresco dell'aria condizionata della spaziosa automobile e si parla delle bellezze della Sicilia, delle sue città, dei suoi monumenti, del suo mare, fino a che Salvatore se ne esce con un lungo sospiro:
- Potrebbe la Sicilia vivere di solo turismo se non fosse per quella minchia di mafia che oramai controlla ogni cosa, persino la nostra vita!
- Ma perché non tentate di sovvertire l'ordine delle cose, mi pare che lo Stato sia molto presente e che non manchino le forze dell'ordine e magistrati onesti!
Azzardo timidamente una provocazione.
- Io, risponde Salvatore, gliel'ho detto al magistrato, se vuole gli faccio il nome di almeno duemila mafiosi, ma il mio nome non deve assolutamente comparire. Minchia, lui mi dice che così non se ne fa niente e che io devo firmare la denuncia, ti pare possibile? Non potrei campare un minuto in più!
- Ma come fate a convivere con la mafia, non vi prosciuga tutti i vostri guadagni?
Interviene Roberto.
- No, no, le cose non stanno così, io pago regolarmente il pizzo all'organizzazione, ma non credere che ci perda qualcosa, ciò che verso a loro sono le tasse che dovrei pagare allo Stato e che invece posso tranquillamente evadere in gran parte perché non ci sarà mai nessuno che verrà a controllare i miei conti, né carabinieri e né finanzieri, in sostanza posso dirti che mi pago un'assicurazione che mi garantisce di poter svolgere in piena libertà le mie attività, ecco, l'unica cosa che non posso fare è una denuncia o scontrarmi con l'organizzazione o, al limite, non pagare l'obolo al boss.
- In sostanza, aggiungo io, vivete in uno Stato parallelo e neanche tanto clandestino, con regole e norme stabilite da un sistema di potere illegale e antisociale.
- Piano a dire antisociale, ribatte Salvatore, io vi posso garantire che da associato usufruisco di coperture e garanzie che mi fanno sentire in una botte di ferro e adesso statemi a sentire che vi voglio raccontare un fatto che vi chiarirà meglio come si vive in questa nostra Sicilia.
È accaduto poco più di un anno fa, nella mia azienda lavora sin dai primi tempi, come ragioniere, un signore col quale sono diventato tanto amico da condividere con lui e la sua famiglia gran parte della nostra vita. Un giorno rientra a casa al termine del lavoro mattutino per il pranzo di mezzogiorno e trova la moglie morta affogata nella vasca da bagno, vi era entrata per una rinfrescata, quando le è sopraggiunto un attacco cardiaco, pare abbia invocato aiuto a gran voce e nella camera accanto, sdraiato sul letto, vi era suo figlio sedicenne che ascoltava musica con le cuffiette nelle orecchie e per questo non ha udito le grida disperate della madre.
La prima cosa che fa il ragioniere chiama me e mi racconta piangendo l'accaduto pregandomi di recarmi da lui che non sapeva cosa fare. Non indugio un attimo di più, salgo in macchina e col cuore in gola mi dirigo verso casa sua, proprio nel centro storico della città. Ho grande fretta, faccio sorpassi azzardati, neanche guardo il colore dei semafori, pieno d'angoscia giungo a casa sua e mi tocca purtroppo accertare che non c'è più altro da fare per lei.
Mi sono adoperato per adempiere alle necessità del momento poi, come potete immaginare, col cuore straziato da tanto imprevisto dolore, risalgo in macchina per far rientro a casa mia.
La via da percorrere è stretta e a senso unico, ferma al centro vi è un cinquecento con entrambe le portiere aperte e tre ragazzotti appoggiati alla carrozzeria ascoltano musica a tutto volume, non posso transitare se non spostano la loro auto.
Suono il clakson un paio di volte, ma questi neanche si girano, così abbasso il vetro del finestrino della mia automobile e caccio un urlo pieno di rabbia:
- Vi volete togliere di lì che non ho tempo da perdere, né voglia di storie!
























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