di Piero Maroni
MITI E LEGGENDE DELL' ANTICA GRECIA

La storia iniziò in Beozia un giorno come tanti, quando il giovane Glauco, figlio addirittura del dio del mare Poseidone, dopo una fruttuosa pesca in mare, stese le sue reti ad asciugare su un prato nelle vicinanze della spiaggia, dove l’erba cresceva più verde. Mentre si apprestava a contare i pesci catturati ormai morti, questi invece, entrati a contatto con l’erba, tornavano in vita e iniziavano a rituffarsi in acqua.
Il pescatore rimase impietrito per lo stupore, ma dopo essere tornato in sé comprese che il prodigio era dovuto all’erba che donava la vita.
Ne strappò dunque un ciuffo e lo mangiò, immediatamente il suo corpo cominciò a trasformarsi: al posto delle gambe vide comparire una coda di pesce, mentre le braccia, il corpo e i capelli, diventavano verde-azzurro.
Così Glauco abbandonò la terra e si gettò in mare felice, poteva ora vivere in eterno, immortale come una divinità marina.
Giunto negli abissi del Mediterraneo, le dee lo purificarono di tutto ciò che di mortale gli era rimasto e gli diedero anche un nuovo aspetto: divenne un tritone, metà pesce e metà uomo.
Col tempo Glauco si spostò nelle acque di uno stretto tra la penisola italica e la Sicilia; qui era solita farsi il bagno una bellissima ninfa, Scilla. Come la vide, il dio marino se ne innamorò ma la ragazza lo rifiutò per il suo aspetto, Glauco però non si rassegnava a vivere senza di lei, così decise di rivolgersi ad una esperta maga, anzi, la più esperta: Circe, affinché lo aiutasse a fare innamorare di sé la bella ninfa.
Fu invece Circe però a innamorarsi perdutamente di Glauco e gli dichiarò il suo amore. Il tritone la respinse e le fece capire bene che per lui esisteva solo Scilla, allora la maga decise di vendicarsi sull'amata.
Preparò un filtro che gettò nelle acque dove era solita bagnarsi la giovinetta, ma non era un filtro d’amore. Difatti, quando la ninfa entrò in acqua, ecco che il suo bellissimo corpo cominciò a tramutarsi in quello di un mostro, le sue gambe divennero serpentine con dodici piedi, sei lunghi colli e altrettante teste orribili le spuntarono e presto il suo magnifico volto si tramutò in quello di un mostro con denti aguzzi.
Per l’orrore che provava di se stessa, Scilla si gettò in acqua e nei meandri marini si nascose in una grotta, di fronte all'antro dove dimorava l'altro mostro marino Cariddi che assorbiva grandi quantità di acqua marina per tre volte al giorno e la risputava con tale violenza da far naufragare le navi di passaggio.
Condannata a vivere in quell'antro, da quel giorno Scilla sporgeva le sue teste per terrorizzare ed uccidere i naviganti che di lì transitavano o per rapirli quando le si avvicinavano divenendo sempre più quel mostro pericoloso in cui Circe l’aveva trasformata.
Così la incontrarono Ulisse e i suoi compagni quando tentarono di oltrepassare lo stretto di Messina.
Glauco disperato per il destino dell'amata fuggì, ma si rifiutò di unirsi a Circe che si era così crudelmente vendicata della fanciulla, sua inconsapevole rivale.
























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