di Piero Maroni
INTRODUZIONE
Nei primi di febbraio del 2019 io, mia moglie e mia figlia ci unimmo al gruppo di giovani studenti delle scuole superiori della nostra provincia che, con inizio da Cracovia, bella città della Polonia, andavano in visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau.
Prendemmo il volo a Bologna e in rapida successione visitammo il ghetto ebraico della città, la fabbrica di Schindler ora divenuta un museo e la cui storia è stata efficacemente narrata in un drammatico film di Steven Spielberg, per terminare il giorno successivo con la visita ai due campi di sterminio e rientrare il terzo giorno in patria.
Una volta ritornati Filippo Fabbri, allora responsabile di sanmauropascolinews, mi chiese un resoconto di quel viaggio, cosa che si pubblicò e sicuramente diversi lettori ne hanno già presa visione a suo tempo, avevo però portato con me anche un nutrito numero di foto scattate in quei luoghi particolari, ma non riuscimmo a trovare una adeguata modalità per esporle.
Vero è che già è presente su queste pagine online una mia rubrica fotografica, ma l'unica cosa che accomuna gli scatti è l'apparecchio fotografico, da una parte si tratta di paesaggi con una chiara ricerca del colore, dall'altra le testimonianze di un tragico vissuto.
Son trascorsi due anni e poco più da allora, ma le sensazioni e le emozioni di quei giorni non si sono ancora stemperate e così, terminato il racconto tra il serio e il faceto del campanile esistente tra San Mauro e Savignano, d'intesa con Pierluigi Santini, l'attuale direttore responsabile, si è ritenuto opportuno riproporre nella stessa rubrica quelle foto con un commento che vorrebbe comunicare il disagio, anzi di più, il dolore che suscitano quei luoghi pervasi da un senso di orrore e morte che si spande tutto intorno e quasi sembra di respirarlo.
Il fine della narrazione è di suscitare, in chi osserva e legge ciò che verrà settimanalmente esposto, la convinta determinazione di impegnarsi a far sì che ciò che è stato, non si ripeta mai più.
- I -

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A sem arturné da poch ma caèsa nòsta,
Auschwitz adès l'è dalongh,
'na mocia 'd chilometri dalongh,
mo 't j occ e 't la tèsta un s'è mòs da lè.
E la zenta la vo savòi,
la t dmanda sèl t'é vest.
Mo ch'um ch'us fa a racuntaè e' maèl?
Cmè ch'us po' faè capoi
ma coi ch'ut sta da santoi
tot quèl che a lè u s'è campaè?
Un pòst duvò che tot e paèr
fat a pòsta par spacaèt e' cor,
mo u n'è ròba strulgaèda, l'è zusèst.
Ui vria un pueta da bon
par daè fòurma m'un maèl
ch'ut ciapa dimpartot
e ut to e' fié.
A prov, mo a ne sò sarò bon
ad truvaè al paroli giosti par svuité
tot quèl ch'e rogg dròinta 'd mè.
-
Siano ritornati da poco a casa nostra,
Auschwitz ora è lontana,
tanti chilometri lontana,
ma negli occhi e nella mente è lì fissata.
E la gente vuol sapere,
ti chiede cosa hai visto.
Ma come è possibile raccontare il male?
Come si riesce a far comprendere
a chi ti ascolta
tutto ciò che lì si è vissuto?
Un luogo dove tutto sembra
predisposto per spaccarti il cuore,
ma non è una finzione, è successo.
Ci vorrebbe un poeta vero
per dare forma ad un dolore
che ti aggredisce da ogni lato
e ti toglie il respiro.
Ci tento, ma non so se sarò capace
di trovare le parole adatte per svuotare
tutto ciò che grida dentro di me.
























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